Mar 11

Music Bites: Exile On Main Street

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Ciao a tutti!

Spero vi stiate godendo queste prime giornate assolate e primaverili, finalmente sembra essere finito questo triste inverno! Prima di iniziare una NOTA IMPORTANTISSIMA:  la sera di mercoledì 15 marzo vi aspettiamo al Tube, un locale in centro a Milano (zona Colonne) in cui Maria Laura esporrà le sue foto per i quarti di finale di un contest artistico. Oltre alle foto ed opere delle 8 pittrici e fotografe in gara vi aspetta un ricco buffet e per i più avventurosi open wine! Per qualsiasi info date un’occhiata al suo profilo. Vi aspettiamo numerosi!

Visto che nella puntata precedente abbiamo parlato dei Beatles, più nello specifico dell’album Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, oggi cambiamo lato della medaglia e vedremo Exile On Main Street, un album di quello che è sempre stato considerato il gruppo rivale dei Fab Four: i Rolling Stones.

 

 

Exile On Main Street è stato classificato da Rolling Stones come 7° miglior album di tutti i tempi e indovinate un po.. è anche il mio preferito. Esce nel 1972 dopo tre album fortunati: Beggars Banquet, Let It Bleed e Sticky Fingers. Gli Stones calano un poker invidiabilissimo che li consacra direttamente nell’Olimpo del rock.

Il titolo, traducibile con “esilio sulla strada principale”,  si riferisce al difficile momento che gli Stones stavano vivendo nel loro paese a causa di gravi problemi con la droga e col fisco. Si trasferirono, dunque, in Francia nella bellissima Costa azzurra dove nella villa di Keith Richards chiamata “Nellcote” (oggi meta di pellegrinaggi dei fan). Nella casa estiva di Richards era stato allestito uno studio di registrazione che servì proprio per questo album. La formazione prevede Mick Jagger alla voce, Keith Richards e Mick Taylor alle chitarre, Bill Wyman al basso e Charlie Watts alla batteria.

Il tema di fondo del disco è un ritorno alla genuinità e alla purezza del rimo rock n roll. Un juke-box di suoni  grezzi, antichi, anacronistici, ricchi di musica nera, di blues e di gospel. Secondo me la particolarità di quest’opera risiede nel fatto chele registrazioni e il mixaggio furono molto grezzi, a volte sembrano quasi sbagliati e rendono le canzoni più confusionarie del dovuto. L’idea di fondo però è rendere questo album come una cosa intima, di famiglia, come se fossero cinque amici in vacanza che si divertono a strimpellare coi loro strumenti. Di fatto l’unico brano vero e proprio da classifica fu il primo singolo: Tumbling Dice che raggiunse presto la prima posizione nelle charts.

Da sottolineare ci sono Rocks Off (pezzo aggressivo che si basa sul riff di chitarra di Richards), Rip This Joint (un pezzo dalle sonorità quasi punk), un’acustica e country Sweet Virginia, Shine A Light, traccia che vede la partecipazione all’organo di Billy Preston (collaboratore dei Beatles per il loro ultimo album Let it Be e che prese parte al loro famoso concerto sul tetto della Apple) ed il secondo singolo Happy, canzone cantata da Richards.

Il risultato finale ed esaltante è un disco dall’incisione sporca, senza nessuna nitidezza e accuratezza tecnica in grado di recuperare la spontaneità degli esordi. Una parabola della storia musicale degli Stones dalle origini fino agli anni Settanta, con centro focale le loro radici musicali di sempre. Un album seducente, disinvolto che mostra il lato selvaggio e proletario del rock e capace di influenzare da Springsteen ai Clash, da John Mellencamp ai Black Crowes.

Se non lo conoscete, cosa aspettate ad ascoltarlo?

 

Matteo Corradini

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About the Author:
Mi presento: sono Matteo e nasco a Milano nel settembre del 1995. La musica è la mia più grande passione. Con un interesse più orientato verso la musica british consumo dischi e vado spesso a concerti di ogni tipo. Suono il basso, la chitarra e qualcosina di pianoforte. A cadenza mensile curo su questo blog una piccola rubrica di approfondimento musicale. Enjoy!


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